About Frank de Falco

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Jimi Hendrix in Greenwich Village

A cura di Ariel Kates

Chi non conosce le note di apertura delle sue canzoni? Chi non riconosce la selvaggia, irrequieta energia che si trova nella sua musica? Chi non ha mai visto il suo viso sospeso tra fumo e mistero? Lo abbiamo ascoltato a concerti ed eventi in tutto il mondo. Abbiamo guardato ed ascoltato la sua musica a Woodstock. Lo abbiamo visto nei suoi abiti dai colori accesi. Lo abbiamo visto commuoversi. Il volto di una generazione, sì, ma anche il simbolo della perdita, del pericolo, un volto che fa parte del così detto club 27, insieme a troppi artisti la cui musica viene ascoltata ancora oggi. È il simbolo di un movimento, di una generazione e anche del quartiere del Village.

Lo abbiamo visto in sala di registrazione, nel suo Electric Lady Studio sulla West 8th Street, mentre creava la sua musica magica. Lo vediamo tutt’ora allo stesso modo. Ci è stato detto che, dopo Woodstock, Jimi ritornò al suo appartamento in un edificio anteguerra, al civico 59 della West 12th Street, dove hanno vissuto anche altri personaggi famosi tra cui Marisa Tomei e Cameron Diaz.

L’appartamento di Jimi è poi stato unito con un altro appartamento del palazzo, ristrutturato e venduto per milioni di dollari. Per quanto ne sappiamo questo è stato l’unico contratto d’affitto da lui firmato, anche se ha vissuto altrove fermandosi ovunque, quando viaggiava per il mondo in tour, suonando, creando arte e frequentando i suoi amici. John Storyk, un architetto di Manhattan che ha aiutato Hendrix a progettare lo studio di registrazione e la sua acustica, ha detto di ricordare che Hendrix visse anche in un cottage al civico 50 della West 8th Street, accanto all’Electric Lady Studios.

Oggi celebriamo la sua vita, ricordando che Jimi nacque il 27 novembre del 1942. Questa incredibile foto di Jimi, scattata da Fred W. McDarrah, che lavorò per il Village Voice, è una delle dodici foto raffiguranti le icone del Village del tempo, le cui stampe sono disponibili in vendita sul nostro sito. Siamo orgogliosi di poter offrire questo lato della sua storia e del Village.

È nato con il nome di Johnny Allen (in seguito cambiato da suo padre con James Marshall) a Seattle, Washington, ma fin da giovane era conosciuto come Jimi. Le difficoltà della sua vita giovanile e della sua famiglia sono ben documentate. Da parte di suo padre, che non riuscì ad incontrare suo figlio fino all’età di tre anni, c’era la costante lotta con il trauma causato dalla guerra e la disoccupazione. C’era anche il problema dell’alcolismo, l’instabilità abitativa, il divorzio definitivo e la separazione dai suoi fratelli. Jimi si arruolò nell’esercito a 19 anni nel 1961, cosa che fece per evitare la prigione, dopo che fu sorpreso a rubare auto a Seattle. Sopravvisse con l’aiuto della sua chitarra, formando una band con un suo compagno di plotone, ed ottenendo un congedo con onore, dopo essersi apparentemente rotto una caviglia durante un lancio con il paracadute.

Da quel momento Jimi si trasferì nel Tennessee, dove iniziò la sua carriera musicale suonando come supporto per artisti quali Little Richard, B.B. King, Sam Cooke e gli Isley Brothers. Nel 1965 formò un gruppo chiamato Jimmy James and the Blue Flames, che suonò nel Greenwich Village, in locali come il Cafe Wha? Prima di morire Jimi realizzò tre album, Are You Experienced? (1967), Axis:Bold as Love (1967) e infine Electric Ladyland (1968) come parte della Jimi Hendrix Experience. Electric Ladyland raggiunse il primo posto nelle classifiche americane, ed a quel punto Jimi divenne un nome conosciuto, una sensazione, un’icona pop, un rivoluzionario che ispirò gli innovatori della chitarra elettrica.

È stato descritto dalla Rock and Roll Hall of Fame come “probabilmente il più grande musicista nella storia della musica rock.” All’epoca era l’artista più pagato del mondo. Holly George-Warren della Rolling Stone Encyclopedia scrisse che “Hendrix è stato il pioniere nell’uso dello strumento come fonte di un suono elettronico. I musicisti prima di lui avevano sperimentato feedback e distorsioni ma Hendrix trasformò questi ed altri effetti in un vocabolario fluido e controllato, tanto personale quanto il blues con cui iniziò.”

Il musicista John Mayer, scrivendo per Rolling Stone, ha esplorato il lato più tenero di Jimi, scrivendo: “Spesso viene ritratto come una rockstar rumorosa e psichedelica, che manda a fuoco la sua chitarra. Ma quando io penso ad Hendrix penso a suoni calmi e piacevoli in canzoni come “One Rainy Wish”, “Little Wing” e “Drifting”.“Little Wing” è terribilmente corta e meravigliosa. È come se tuo nonno tornasse in vita per passare del tempo con te per qualche minuto per poi andarsene di nuovo. È un momento perfetto che finisce subito.”

Il 18 settembre del 1970, Hendrix muore a Londra a causa di complicazioni dovute alla droga. Aveva solo 27 anni. Lui continua a vivere nei nostri ricordi, nell’Electric Lady Studios sulla East 8th Street, che ha ospitato artisti come Patti Smith, Adele, Lady Gaga, gli U2 e tanti altri. Continua a vivere attraverso i moltissimi premi e riconoscimenti postumi ed attraverso le Rock and Roll Hall of Fame di tutto il mondo. Vive ancora tra il fumo ed il velluto e attraverso le note eteree, ruvide ed elettrizzanti delle sue canzoni.

Fonti:

http://www.rollingstone.com/music/lists/100-greatest-artists-of-all-time-19691231/jimi-hendrix-20110420
https://ny.curbed.com/2016/8/4/12380066/jimi-hendrix-former-greenwich-village-apartment-sold
http://www.rollingstone.com/music/lists/100-greatest-artists-of-all-time-19691231/jimi-hendrix-20110420
https://www.biography.com/people/jimi-hendrix-9334756
https://www.jimihendrix.com/
https://en.m.wikipedia.org/wiki/Jimi_Hendrix
https://www.biography.com/people/jimi-hendrix-9334756 
https://www.nytimes.com/2017/10/03/nyregion/jimi-hendrix-way-nyc.html
https://www.wsj.com/articles/jimi-hendrixs-electric-lady-studios-turns-45-1439393188

La statua della “Fearless Girl” si sposta fuori dalla Borsa di New York.

A cura della BBC https://www.bbc.com/news/world-us-canada-46520047

La popolare statua raffigurante una giovane ragazza, diventata famosa per la sua posizione davanti al toro di Wall Street, è stata spostata fuori dalla Borsa di New York.

Nel marzo dell’anno scorso, in occasione della giornata internazionale della donna, la statua della “Fearless Girl” era stata collocata nel quartiere finanziario di New York.

La scultura in bronzo, alta un metro e venti, è stata commissionata per attrarre l’attenzione sulla mancanza di donne nei consigli di amministrazione delle istituzioni finanziarie.

Doveva essere un’opera temporanea, ma venne resa permanente in virtù della sua popolarità.

I responsabili hanno annunciato ad aprile il riposizionamento della statua in una zona in cui il traffico di automobili è limitato, dato che nel precedente spazio si erano creati dei problemi di sicurezza.

Quando la State Street Global Advisors (SSGA) commissionò all’artista Kristen Visbal la creazione dell’opera nel 2017 disse che la statua di questa ragazza rappresentava il futuro.

Ironia della sorte, SSGA si ritrovò coinvolta in una polemica sulla retribuzione salariale tra uomini e donne alla fine di quello stesso anno.

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La statua in origine era parte di una campagna per incoraggiare le aziende ad agire contro la disuguaglianza di genere.

“Riesce a trasmettere con una sola immagine tutto quello che i sostenitori riescono a dire in pagine e pagine di argomentazioni e statistiche” ha detto la deputata democratica Carolyn Maloney, che ha partecipato alla cerimonia di inaugurazione di lunedì.

“Vediamo in lei le nostre figlie, le nostre madri ed i nostri nipoti” ha aggiunto Betty Liu, vicepresidente della Borsa di New York; l’istituto a maggio ha nominato la sua prima presidente donna: Stacey Cunningham.

“Rappresenta potenziale, progresso e speranza ma anche tutte le donne che prima di noi hanno lottato per l’uguaglianza.”

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La deputata Carolyn Maloney mentre bacia la statua alla cerimonia di inaugurazione di lunedì.

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La popolarità della statua ha convinto le autorità a renderla permanente.

Un bar vecchio di 200 anni amato dagli editori e dagli scaricatori di porto

A cura di Reggie Nadelson, The New York Times

In questa serie per T, l’autrice Reggie Nadelson rivisita i luoghi di New York che hanno definito la moda per decenni, da rinomati ristoranti a bar sconosciuti.

La domenica sera, quando la band di casa suona il jazz all’Ear Inn, (un bar vicino lo Hudson sulla Spring Street) l’intero edificio trema. Nei piccoli appartamenti ai piani superiori, che una volta erano la casa del primo proprietario del locale, ed ora sono usati per eventi occasionali, vecchie taniche di gin olandese, pesanti bottiglie di champagne e alambicchi di farmacisti risalenti al XVIII secolo tremano. Questo edificio, con i suoi pavimenti inclinati e le scale che sfidano la morte, risale al 1770. Ha ospitato un bar ininterrottamente dal 1817. Nei primi tempi l’acqua sfiorava la porta d’ingresso, che era a solo un metro dal fiume. L’Ear è un luogo amabile: c’è buona musica, buona compagnia, buoni drink e cibo. Ondate di clienti vanno e vengono durante il giorno, inclusi i turisti, ovviamente. Quando ci sono andata in Ottobre, ho sentito una donna sottolineare con accento tedesco: “Il mio libro dice che questo è l’ultimo posto autentico di New York.” All’ora di pranzo ci sono degli editori che vengono dall’ufficio della Penguin Books dietro l’angolo, la gente del posto, e alcuni dirigenti della sede UPS dall’altra parte della strada. Poi arriva la folla con i cocktail: un gruppo di circa venti persone che si riunisce sul marciapiede con il bel clima e gli abitanti dei nuovi splendidi condomini del quartiere.

ear-inn-slide-UTFG-jumbo.jpgThe Earregulars, la band abituale dell’Ear Inn, attira la folla di domenica sera. Nina Westervelt

“Ormai ci sono solo persone che portano a spasso i cani e che fanno jogging, in questa zona” dice Richard “Rip” Hayman (noto alla marina mercantile degli Stati Uniti come il capitano Richard Perry Hayman) che ha co-posseduto l’Ear con Martin Sheridan, il suo socio nell’impresa, dagli anni ’70. “La sera, puoi sentire l’odore del Botox”, aggiunge Hayman con un sarcasmo benevolo. Nel suo ritmato accento irlandese, Sheridan nota che durante la recente settimana della moda, con gli show che si svolgevano nelle vicinanze, “Le modelle vagavano come dei pavoni perduti sui loro tacchi alti”. Con i suoi cordiali proprietari, la sua musica e le letture di poesia, l’Ear ricorda un piacevole pub irlandese (e ci sono abbastanza birre da soddisfare ogni appassionato). Ma ciò che decreta il successo di questo luogo è l’essere una testimonianza vivente della storia di New York, l’elettrizzante racconto di una città che crea se stessa. Inevitabilmente ci sono dei fantasmi.

Fantasmi di marinai portoghesi che sono arrivati a New York ancor prima degli olandesi; degli olandesi che bevevano champagne con le ostriche, lasciandosi alle spalle le vecchie bottiglie; di Thomas Cooke, il birraio che gestiva il locale alla fine del XIX secolo, quando il lungomare era esploso per il traffico, le navi, le merci, i passeggeri, e tutti erano alla ricerca di qualcosa da bere; dei lavoratori portuali della metà del XX secolo.

“Ancora ai miei tempi, potevi sentire l’odore del caffè e delle spezie arrivare dalle navi” dice Hayman. Quando lui e Sheridan comprarono il locale negli anni ’70, era ancora un bar per gli scaricatori di porto, dove i ragazzi che non avevano ottenuto un impiego per scaricare le navi (avete presenti le scene di “Fronte del porto”) bevevano dalle cinque del mattino fino a mezzogiorno. I clienti si arrabbiarono molto quando i nuovi proprietari buttarono il tavolo da biliardo e il jukebox, cambiando il modus operandi del locale, introducendo cibo e civiltà.

ear-inn-slide-L71H-jumbo.jpgL’Ear nell’1973. Immagine per cortesia dell’ Ear Inn

La memorabilia fa da protagonista negli interni dell’Ear. Nella stanza frontale c’è un bar con le bottiglie sul retro, cappelli da baseball appesi in alto ed un dipinto dell’edificio quando affacciava direttamente all’Hudson River. Le pareti sono ricche di vecchie insegne di birra, fotografie, ritagli di giornali. Scarabocchiati su una lavagna ci sono le specialità del giorno; oggi ci sono le costolette di manzo brasato, lo shepherd’s pie e l’halibut con burro al limone. Al bar lo Chef Ng Fonglum offre hamburger di agnello piccati, gamberi e i migliori ravioli di questo lato di China Town. Tutto è fresco, la maggior parte dei prodotti arrivano direttamente dalla fattoria di Hayman, e niente è fritto.

Durante il pranzo, con una zuppa cremosa, ottimi cheeseburgers, la Guiness per Sheridan e la Goose Island IPA per Hayman, i due uomini ricordano i loro primi giorni passati all’Ear. L’artista Shari Dienes abitava al piano di sopra; quando Hayman voleva comprare l’Ear, lei vendette un dipinto di Rauschenberg per aiutarlo economicamente. John Lennon frequentava il bar, e Allen e Ginsberg recitava i suoi lavori alle letture di poesia. L’insegna rossa al neon invitava tutti ad entrare.

Hayman ritiene che l’insegna sia originale degli anni ’30, post proibizionismo. La Landmarks Preservation Commission rifiutò qualsiasi aggiunta al suo aspetto originale ma non ebbe problemi ad accogliere una ‘sottrazione’ (le parti curve luminose della lettera “B” sono state coperte) ed ecco che “Bar” divenne “Ear”. L’insegna Ear Inn diventò una sorta di faro, una luce in quello che era un angolo desolato della città negli anni ’70, e persino negli anni ’80, dove i senzatetto si scaldavano con i bidoni incendiati. “Ero solito portare loro dei sacchi di patate da arrostire” dice Sheridan. Era un luogo, spaventoso ed elettrizzante: un buon posto per un omicidio o una rissa.

ear-inn-slide-BNYB-superJumbo.jpgIl telefono all’Ear. Nina Westervelt

ear-inn-slide-X6VN-superJumbo.jpgLa memorabilia appesa alle pareti dell’Ear. Nina Westervelt

In fondo alla strada, forse a sei minuti a piedi, c’è il luogo dove sorgeva Richmond Hill. La tenuta coloniale servì da quartier generale per George Washington durante la Battaglia di Long Island. Più tardi appartenne ad Aaron Burr che se ne andò nel 1804 per prendere parte al fatale duello con Alexander Hamilton, (da qui il musical “Hamilton”). A quei tempi, la zona faceva ancora parte del villaggio agricolo di Greenwich. Nel 1817, fu formalmente incorporata nella città di New York e da quel momento tutto cambiò.

Quello stesso anno, al civico 326 di Spring Street fu aperto il bar. Fu anche l’anno in cui iniziò la costruzione del canale Erie e di conseguenza il porto di New York esplose. Oltreoceano, Beethoven, Shelley e Byron erano a lavoro. Quello stesso anno morì anche Jane Austen.

Quando la costruzione del condominio accanto all’Ear iniziò nel 2006, (è stato l’ultimo progetto di Philip Johnson, noto come l’Urban Glass House) le fondamenta della taverna vennero scavate e stabilizzate. “Hanno scavato per circa due metri” dice Hayman, e hanno trovato “ampolle da farmacista per elisir e pomate, frammenti del molo originale dell’Hudson e scheletri di animali”

Sheridan ha aggiunto che la New York Historical Society, che ha ricevuto gli artefatti, ha detto che è stata la miglior scoperta che hanno avuto in cento anni.

L’Ear è a volte conosciuto come la James Brown House, e questa è la migliore storia di tutte anche se solo in parte vera (questa parte della città non è mai stata di grande interesse per nessuno, quindi è rimasta inalterata facendo crescere le sue leggende.) James Brown, si dice, fu un aiutante di campo afroamericano di George Washington nella Guerra Rivoluzionaria e potrebbe essere anche il personaggio raffigurato in un dipinto di Emanuel Leutze intitolato “Washington Crossing the Delaware”. Una volta congedato, Brown fece costruire la sua casa nel 1770 e abitò lì come un ricco tabaccaio e farmacista fino alla sua morte.

Intorno al 1985, gli attuali proprietari dell’Ear invitarono l’altro James Brown, che in quei giorni stava suonando nei quartieri a nord, ad esibirsi. Sheridan ci racconta che arrivò un messaggio: “Brown disse che non poteva venire e che il pollo fritto a New York era così cattivo che sarebbe tornato in Georgia.”

Nel tardo pomeriggio all’Ear: Al bancone ci sono alcuni amici e un ex-poliziotto. Dopo un’altra pinta di birra Sheridan giura che entrambe le storie sui James Brown sono vere, più o meno. Ma io credo a tutto. L’Ear è quel tipo di posto. Accende la narrazione; sveglia i fantasmi.

La fondazione della Chiesa della Madonna di Pompei.

A cura di Matthew Morowitz, https://gvshp.org/blog/2018/03/07/the-founding-of-our-lady-of-pompeii/

Il 7 marzo del 1898, la Chiesa della Madonna di Pompei venne consacrata come parrocchia separata. Questa icona del South Village è al servizio del quartiere dal 1926, ma fa parte del Village fin dal 1892. Oltre a servire il quartiere, la chiesa ha anche un forte legame con un paio dei nostri abitanti del South Village preferiti, Lucy e Lenny CeceOld-Lady-of-Pompeii.jpgLa chiesa della Madonna di Pompei dall’angolo tra la Minetta e Bleecker Street. Foto cortesia del Center for Migration Studies of New York.

La chiesa della Madonna di Pompei che vediamo oggi è stata progettata dall’architetto Matthew W. Del Gaudio e fu costruita tra il 1926 e il 1928, ma la parrocchia ha avuto diverse ubicazioni precedenti. Nel 1890 si trovava in un edificio situato al civico 113 di Waverly Place, quale parte della Saint Raphael Society per la protezione degli immigrati italiani, sotto la guida di Padre Pietro Bandini. Padre Bandini chiamò la sua cappella “Madonna di Pompei” e lavorò per aiutare i tanti immigrati italiani ad adattarsi alle loro nuove vite in America. Nel 1895 la Società si spostò al civico 214 di Sullivan Street, ma un incendio li costrinse ad andare via e trasferirsi in una chiesa già esistente al civico 210 di Bleecker Street. Questa chiesa era stata originariamente costruita nel 1836 per gli Universalisti Unitari, ma venne venduta alla congregazione cattolica afroamericana di San Benedetto il Moro nel 1883. All’inizio c’era una significativa comunità afroamericana nell’area intorno Minetta Street, ma sul finire del secolo questa cominciò a spostarsi nei quartieri a nord, e la parrocchia della Madonna di Pompei acquisì la proprietà trasferendovisi l’8 maggio del 1898, sotto la guida di Don Antonio Demo (la piazza vicino alla chiesa ora porta il suo nome).

DSC08524-768x1024.jpgPiazza Padre Demo, con La Madonna di Pompei nello sfondo.

La Madonna di Pompei ha anche dei collegamenti con due dei più straordinari abitanti del South Village, che GVSHP spera di vedere onorati. Lucy e Lenny Cecere, questi i loro nomi, hanno vissuto e posseduto una casa ed un lavoro nel quartiere di MacDougal Street, tra la Houston e la King Street, per decenni. Erano pietre miliari per la loro comunità e contribuivano incommensurabilmente alla vita del loro vicinato. Lucy ha co-fondato la Caring Community ed ha contribuito a salvare la Village Nursing Home dalla sua chiusura nel 1975. Ella fu anche un membro fondatore del consiglio per la conservazione storica del South Village di GVSHP, una parrocchiana per tutta la vita presso la chiesa della Madonna di Pompei ed un’instancabile sostenitrice della sua comunità. Lenny gestiva lo spazio di vendita al piano terra, al numero 51 di MacDougal Street, che divenne poi un negozio chiamato “Something Special”. Vendeva ciambelle, bagel, caramelle, biglietti d’auguri, e occasionalmente noleggiava cassette postali ed eseguiva copie di chiavi. Divenne un personaggio amato e conosciuto dalla comunità al quale numerosi abitanti del Village, gente famosa come persone normali, facevano affidamento per i servizi essenziali nelle loro vite di ogni giorno. Lenny fu anche un membro attivo del Father’s Club presso la scuola della Madonna di Pompei, ed un membro dei Cavalieri di Colombo e dell’American Legion nel Greenwich Village.

somethingspecialpespastry-Ephemeral-new-york-768x512.jpgSomething Special. Immagine cortesia dell’ Ephemeral New York.

GVSHP ha proposto che l’isolato di MacDougal Street, tra Houston e King Street, ricevesse una denominazione secondaria onoraria, intitolata “Lucy and Lenny Cecere Way”. La proposta per la strada in loro onore sarà ascoltata alla Community Board #2, giovedì 5 aprile alle 18:30 (luogo ancora da definire). Se vuoi aiutare, vieni all’incontro del 5 aprile (condivideremo il posto quando sarà disponibile) e firma la petizione a sostegno dell’onoraria “Cecere Way”.

La storia della muratura in mattoni di New York

Alcuni edifici di New York sono risalenti a quando la città era ancora conosciuta come New Amsterdam (il cambiamento avvenne nel 1664). La maggior parte di questi palazzi sono in legno o in pietra.

Dato che la maggior parte dell’isola di Manhattan era ricoperta di alberi è logico pensare che il legname sia stato il primo materiale utilizzato per costruire case e negozi.

L’aumento della popolazione nella parte inferiore di Manhattan, all’inizio del XVIII secolo, portò alla costruzione di strutture in legno sovraffollate che venivano minacciate da potenziali incendi devastanti e mortali.

Generalmente le regole di costruzione delle città non vengono revisionate per lungo tempo, salvo poi esserlo come risultato di una tragedia. I grandi incendi, come quello della Triangle Shirtwaist Factory nel 1911, insieme agli incendi della città del 1776, 1835 e 1845 portarono alla promulgazione di leggi nuove o più severe, sul codice edilizio.  

Ogni legge che venne successivamente approvata aiutò i mattoni a prendere il sopravvento come materiale scelto dai costruttori dell’epoca.

A partire dall’800, i mattoni vennero utilizzati per costruire molte cose, tra cui pareti interne, muri esterni, archi, tunnel, percorsi, ecc.

Si stima che circa 40 miliardi di mattoni furono posati sull’isola di Manhattan nel diciannovesimo secolo. Quasi la metà degli attuali edifici di Manhattan furono costruiti durante questo periodo, dunque esiste ancora una grandissima quantità di vecchi mattoni in quell’area.

Il mattone rimase una scelta molto popolare durante tutta la prima metà del XX secolo, ma fu integrato dalla comparsa di altri materiali in pietra naturale, come la pietra calcarea e materiali in pietra artificiale, come la terra cotta.

Il settore immobiliare si riferisce spesso a quegli edifici costruiti prima del 1945 come “edifici prebellici.” Sono solitamente edifici senza ascensore, con poco o senza nessun rinforzo in acciaio, e sono costruiti da un maggior numero di mattoni in muratura rispetto alle alternative contemporanee.

Nel corso degli anni, il mattone ha perso popolarità come materiale da costruzione, principalmente a causa dei costi di installazione.

Qualsiasi proprietario di edifici che abbia recentemente testato la FISP (Facade Inspection and Safety Program – ex legge locale 11/98) ovvero le norme per la sostituzione dei mattoni, presso il proprio palazzo, sarà d’accordo.

I progressi nella costruzione degli edifici hanno limitato il numero di mattoni utilizzati. Anche quando un edificio sembra costruito in mattoni, in realtà è formato un solo singolo strato di mattoni, anziché due o tre strati. Questi edifici sono spesso indicati come postbellici o come sistema di intercapedini.

Anche quando le splendenti facciate in vetro ed i pannelli prefabbricati hanno sostituito l’utilizzo della muratura in mattoni a New York, il predominio del mattone come materiale da costruzione, utilizzato per 150 anni, avrà un posto garantito nello skyline della città ancora per molto tempo.

Il Jazz Club di Harlem dove ancora vive lo spirito di Billie Holiday: Il Minton’s Playhouse, luogo di nascita del bebop, ancora regna sulla 118esima strada.

In questa serie per T, l’autrice Reggie Nadelson rivisita i luoghi di New York che hanno definito la moda per decenni, da rinomati ristoranti a bar sconosciuti.

Ordinando al Minton’s Playhouse, il Jazz Club di Harlem, il nostro cameriere francese Karl Smith, ci dice che quando è arrivato a New York era determinato “a fare qualcosa di molto Americano.” Per un uomo francese niente era più americano della musica jazz e di Harlem, ci dice, mentre sorridendo guarda sul palco gli artisti che si stanno esibendo. Poi si allontana per prendere i nostri drink.

Il Minton’s! Sarò anche arrivata con la metropolitana ma mi sembra di aver preso la macchina del tempo. È un nome incredibilmente leggendario. Aperto dal sassofonista Henry Minton nel 1938, come parte del Cecil Hotel (ora il suo ristorante gemello) sulla 118esima strada, è il luogo di nascita del bebop (chiamato anche jazz moderno) che ha rivoluzionato la scena musicale.

Agli inizi degli anni ’40 un gruppo di giovani ragazzi, Thelenious Monk, Charlie Christian, Dizzy Gillespie ed in particolare Charlie Parker, hanno inventato un nuovo tipo di musica. Dissonante, 

Dizzy Gillespie ed in particolare Charlie Parker, hanno inventato un nuovo tipo di musica. Dissonante, complessa, impossibile da suonare, il bebop era seduttivo e fantastico in modo intelligente, era alla moda.

L’America entrò in conflitto nella Seconda Guerra Mondiale; i musicisti venivano arruolati, le band decimate; in un paese dall’umore tetro, la musica swing e le sale da ballo di Harlem, famose per il loro selvaggio Lindy Hop (ballo swing afroamericano nato ad Harlem) erano diventate fuori moda. Il bebop, questo nuovo genere di jazz moderno, era perfetto per piccoli locali come il Minton’s, dove nessuno ballava ed i clienti potevano prestare particolare attenzione alla musica, come avrebbero fatto con Bach. Il bebop era interamente basato sulle esibizioni dal vivo e le improvvisazioni, non sapevi mai chi si sarebbe presentato al Minton’s; i musicisti come Charles Mingus, Coleman Hawkins, Louis Armstrong, Ella Fitzgerald, Lester Young, erano le celebrità.

Quando sono arrivata questa domenica mattina, mi è quasi sembrato di vedere Monk, che era il pianista stabilmente residente nel club, vestito con un abito estremamente grande, gessato e con un audace cappello.

Fuori, vicino l’entrata, c’è l’iconica insegna rosa al neon. Dentro c’è una stretta stanza con di fronte un bar, dove vengono shakerati i primi cocktail per i clienti. I muri del locale sono pitturati con un arancione bruciato, ci sono file di sedie in morbido velluto e panche di un oro giallastro, i tavoli sono drappeggiati con lino bianco e sottili illuminazioni dorate riempiono lo spazio. Non ci sono finestre, ma non c’è bisogno di una bella vista per ascoltare buona musica.

Alcune coppie ed alcune famiglie, sono entrate. Il nostro cameriere ci porta i drink, incluso un “Monk’s Dream” per me. Mi domando se non sia il caso di ordinare anche un aperitivo “Kind of Blue”, 

 

 

17 ottobre, 1967: “Sylvette” ottiene il via libera.

A cura di “Ted” http://gvshp.org/blog/2013/10/17/october-17-1967-sylvette-gets-the-go-ahead/

Il 17 ottobre del 1967 Pablo Picasso scrisse una lettera nella quale autorizzava il suo collega, l’artista Norvegese Carl Nesjar, a riprodurre a grandi dimensioni la sua scultura “Busto di Sylvette” per il complesso delle Silver Towers dell’University Village, complesso che la GVSHP (Greenwich Village Society for Historic Preservation) è riuscito a far riconoscere come luogo storico. La scultura è una delle due uniche opere esterne di Picasso nell’intero Emisfero Occidentale e viene riconosciuta anch’essa come monumento storico.

L’idea venne all’architetto I.M.Pei, designer dell’University Village, che voleva inizialmente una scultura in larga scala di Picasso per un precedente progetto, la Kips Bay Plaza. Questa proposta venne contrastata dal suo sviluppatore, William Zeckendorf, e Pei decise di rivolgere la sua attenzione all’University Village. Ottenne i finanziamenti dai mecenati del Museo d’Arte Moderna, Allan D. e Kate S. Emil, e nel Novembre del 1967 fu annunciata la commissione. Nesjar e il suo team lavorarono alla statua alta quasi 11 metri dal Gennaio al Giugno del 1968 e venne formalmente inaugurata il 9 Dicembre dello stesso anno.

Pablo Picasso e Carl Nesjar crediti: statsbygg.no

Nesjar incontrò per la prima volta Pei a Parigi nel 1958, poco dopo aver introdotto Picasso al processo di lavorazione denominato “Betrograve” detto anche del calcestruzzo naturale. Picasso rimase incuriosito da questo procedimento e disse a Nesjar che voleva “farci qualcosa.” Aveva già creato una serie di sculture più piccole di Sylvette David, realizzate in lamiere di metallo piegate. Lui e Nesjar ne selezionarono una da realizzare in scala maggiore, e scelsero come luogo che l’avrebbe ospitata l’University Village, vicino all’angolo tra la Houston e Mercer Street. Tuttavia la posizione finale venne cambiata a favore di una più centrale sul lato di Bleecker Street. La forma della statua imita la disposizione “a girandola” dei tre edifici delle Silver Towers.

Il 18 Novembre del 2008, la Landmarks Preservation Commission ha riconosciuto tutto l’University Village, inclusa la scultura di Sylvette e lo spazio intorno, quale luogo storico di New York.

Puoi leggere l’articolo sul riconoscimento qui, ed il “Busto di Sylvette” viene menzionato qui.

Va detto che, nel 2010, la NYU ha cercato di ottenere il permesso per costruire una quarta torre più alta all’interno del complesso, che avrebbe bloccato la vista della scultura di Sylvette da nord lungo Bleecker Street. GVSHP, I.M. Pei, Sylvette David (la modella per la scultura originale) e molti altri si sono opposti con successo a questo progetto antiestetico, e la NYU lo ha ritirato.