La nuova mostra “Play it Loud” al Met Museum celebra gli strumenti musicali che hanno identificato il Rock and Roll.

A cura  Julia Kastner

Questa primavera è stata inaugurata tra i busti greci e romani del Metropolitan Museum un’esibizione dedicata al movimento musicale che stravolse il mondo.“Play it Loud” è la prima mostra che si concentra esclusivamente sugli strumenti musicali della scena del rock and roll. Ha aperto al pubblico l’8 aprile e presenta un’incredibile collezione di strumenti iconici, che hanno definito lo sviluppo di uno dei generi musicali più amati del ventesimo secolo. Spaziando nel tempo, dalla Gibson di Chuck Berry che segna la nascita del rock and roll, al pianoforte personalizzato di Lady Gaga, la mostra celebra la storia e il potere di questo genere musicale, all’interno delle sacre mura di una delle più grandi collezioni d’arte del mondo.

Non è stato un compito facile realizzare una mostra sul rock and roll al Metropolitan Museum of Art. Il primo aprile, all’anteprima stampa, il direttore Max Hollein rifletteva sostenendo che: “Proporre una mostra su Rembrandt, Michelangelo o la scultura greca è facile, ma proporne una sugli strumenti musicali del rock and roll è più complicato.” In effetti, una volta approvata la mostra, chiedere ai musicisti più famosi del mondo di cedere i loro amati strumenti è stato altrettanto impegnativo. Lo scopo e la missione dell’esposizione, tuttavia, ha fatto cambiare idea a molte rockstar. Jimmy Page ha esposto i suoi dubbi nel corso dell’anteprima stampa, ma ha poi ricordato: “Hanno preparato il progetto della mostra e mi hanno spiegato che le persone camminando tra le statue greche e romane avrebbero visto la chitarra di Chuck Berry. Allora ho detto: Okay, cosa vi serve?

Sono presenti pezzi come la “Blackie” di Eric Clapton, la “Frankestrat” di Van Halen (così chiamata a causa della moltitudine di pezzi che ha preso da altre chitarre elettriche) e una chitarra autografata da George Harrison. La mostra include anche strumenti resi famosi da specifiche performance o canzoni, come la famosa chitarra a doppio manico di Don Felder, usata per suonare l’assolo di  Hotel California, la chitarra degli Aerosmith utilizzata per registrare Walk This Way e la chitarra “The Joker” di Steve Miller.

Sono presenti alcuni dei più famosi strumenti andati distrutti del rock and roll, come la chitarra bruciata da Jimi Hendrix con un fuoco sacrificale al Monterey Pop Festival e la Gibson distrutta da Peter Townshend, conservata ora nel plexiglas. Anche strumenti non necessariamente considerati rock sono stati inclusi nell’esposizione, come un violino dei Rolling Stones ed il sitar usato da Ravi Shankar nelle sue esibizioni in occidente, show che hanno influenzato molto gli artisti occidentali, da John Coltrane ai Beatles. 

La mostra è ragguardevole non solo per gli strumenti che sono stati ceduti, ma anche per la varietà e la struttura dell’installazione. Il percorso ha inizio con strumenti che hanno aperto la strada al rock, come la Telecaster di Muddy Waters, la prima Fender Stratocaster ed i modelli della Gibson. Le chitarre che a suo tempo hanno rappresentato gli artisti che le hanno suonate, ora stupiscono il pubblico della mostra.

I mezzi attraverso i quali viene narrata la storia di questo movimento musicale sono molteplici. Brani classici del rock risuonano attraverso tutto lo spazio espositivo, molti suonati utilizzando gli strumenti che sono esposti proprio in quella sala. Gli artisti stessi spiegano il significato dei loro strumenti esposti, attraverso degli schermi sopra le vetrine. Verso la fine della mostra si trova una stanza con un proiettore e dei posti a sedere, dove sono mostrate delle performance dal vivo di Joan Jett, Van Halen ed Eric Clapton. Camminando nella stanza successiva si trova la stessa chitarra usata da Clapton nel video del concerto appena visto, separata solo da un sottile strato di vetro.

La mostra termina in uno spazio colmo di arte greco-romana, creando un fantastico contrasto tra il rock del XX secolo e l’arte antica. Ed è proprio in questa stanza che Jimmy Page, Steve Miller, Tina Weymouth e Don Felder hanno parlato alla stampa della mostra, descrivendo le loro reazioni emotive alla sua apertura. In particolare Don Felder ha parlato con malinconia di come è arrivato per la prima volta a New York nel 1968, con solo una borsa ed una chitarra in mano e di come il secondo giorno della sua permanenza andò a visitare il Metropolitan Museum of Art.

Secondo il presidente della Rock and Roll Hall of Fame Greg Harris, vedere gli strumenti di un movimento musicale identificato come alternativo e ribelle, onorati in una “cattedrale dell’arte” è stato emozionante per tutti i musicisti presenti. L’anteprima stampa si è conclusa con Don Felder che brandiva la sua famosa chitarra a doppio manico per un’esibizione indimenticabile dell’indimenticabile assolo di Hotel California, tra due busti in marmo dell’arte antica. La sua esibizione non ha rappresentato soltanto un meraviglioso contrasto tra forme artistiche, ma anche l’impegno del MET nel sottolineare quanto sia vasta la gamma delle arti che hanno trasformato il mondo. 

Play it Loud” ha aperto l’8 aprile e durerà fino al primo di ottobre al Met nella Fifth Avenue.



Ristorazione ad Hudson Yards

a cura di  Robin Raisfeld and Rob Patronite. Traduzione di Alessandro Pomponi (Als.pmp@iol.it)

Cosa mangiare al nuovo, sfarzoso, centro commerciale di New York.

Quando, quindici anni fa, Thomas Keller curò la scelta dei ristoranti del Time Warner Center, immaginare i newyorkesi come sfiniti e goffi turisti sulle scale mobili dei centri commerciali multipiano, alla ricerca di locali raffinati dove cenare lontano dalla strada, sembrava ridicolo. Ora, a trenta isolati a sud e due ad ovest, il nuovo progetto per la costruzione dell’Hudson Yards, rende l’ambizione culinaria del centro commerciale Columbus Circle ormai antiquata. Complessivamente, tra il complesso di negozi e ristoranti a sette piani ed il locale dedicato alla cucina spagnola di 3250 metri quadrati di José Andrés, in un grattacielo che spunta su un tratto della Tenth Avenue che va dalla 30a alla 33a strada, ci sono 1600 posti a sedere che aspettano di essere riempiti dai clienti, senza contare tutti i banchi e le pasticcerie fast and casual, le caffetterie, le gelaterie ed il colorito tripudio di chioschi nell’angolo gastronomico di Andrés. Troverai dai locali più familiari come Sweetgreen e Shake Shack, ai ristoranti con terrazze, dai cheeseburger al formaggio stagionato, ai carretti vaganti carichi di champagne e Martini personalizzati, serviti con muffin caldi. Il nuovo centro gastronomico della città richiede delle abilità di navigazione molto avanzate ed un grande appetito. Ecco qui delle ragioni che ti convinceranno a visitare questo nuovo centro commerciale.



Forse lo conoscerai meglio per la sua lotta contro la fame (e per il suo scontro con il Presidente Trump) ma Andrés in realtà gestisce un impero della ristorazione, con sede a Washington; ha anche una passione per le uova che hanno un ruolo importante allo Spanish Diner, uno dei tre ristoranti e quindici chioschi che insieme ai fratelli Adrìa (Ferran e Albert) ha aperto gradualmente al Mercado Little Spain, al piano terra di 10 Hudson Yards.“Siamo i migliori cuochi di uova al mondo, con l’eccezione di Jacques Pépin” ha detto Andrés parlando a nome di tutti gli spagnoli. Ne abbiamo la prova grazie a piatti come gli arroz a la cubana, una ricetta composta da un piatto di riso da bettola, salsa di pomodoro, banane dolci, pancetta e uova fritte, che non apparirebbe fuori luogo tra le offerte di Joe Jr. sulla Third Avenue. “Una famiglia media spagnola lo mangia una volta a settimana” dice. “Sono cresciuto mangiandolo, ci piace da impazzire.” A differenza della paella cotta a legna, delle conserve di frutti di mare, dei churros al cioccolato e dei drink a base di vermouth sparsi nel mercato vivacemente piastrellato, questo piatto rappresenta un lato poco conosciuto della sua cucina nativa. “È molto poco spagnolo, ma allo stesso tempo totalmente spagnolo.” È un qualcosa di “onnivoro” che i newyorkesi possono capire.



Il Milo’s Wine Bar offre 100 tipologie di vini greci
. ➼ Milos Wine Bar, 20 Hudson Yards, quarto piano.

Costas Spiliadis, proprietario di Estiatorio Milos, ha impegnato la sua carriera facendo in modo che i clienti prendessero sul serio il cibo greco (e che lo pagassero a caro prezzo.) Ora, con l’apertura del suo primo wine bar, che si raggiunge attraverso una scala a chioccola direttamente dal suo ristorante al sesto piano, sta facendo la stessa cosa per la cultura vinicola greca. Un calice di qualsiasi tipo di vino, dall’Assyrtiko allo Xinomavro, viene accompagnato da una vasta scelta di meze, i tipici antipasti greci: le classiche salse spalmabili, le torte di pasta fillo cotte nel forno a legna, i gyros e il souflaki, le tartare e il sashimi. È presente anche un angolo dedicato allo yogurt greco che viene passato attraverso un setaccio e poi condito con il miele.barbara@limido.net

Il Peach Mart di David Chang è un’idea di Momofuku, basata su un’idea asiatica, basata su un’invenzione americana: il negozio di alimentari
➼ Peach Mart, 20 Hudson Yards, quinto piano.

A meno che tu non voglia affrontare l’ira di David Chang, non chiamare mai il kimbap “sushi coreano.” Il fondatore di Momofuku ha chiarito in un recente post di instagram che i due piatti, entrambi a base di riso arrotolato, utilizzano diverse alghe, differenti condimenti per il riso e differenti ripieni. Il kimbap non è solo motivo di forte orgoglio per lo chef coreano-americano, ma è anche l’attrazione principale del nuovo Peach Mart (situato accanto al suo raffinato ristorante Kāwi) un omaggio di Chang alle catene di convenience-store della corea del Sud e del giappone (Family Mart, Lawson, 7-Eleven.) Esattamente come il Bāng Bar (un altro locale della catena Momofuku ispirato alla tradizione shawarma) ha aperto accanto al Momofuku Noodle Bar del Time Warner Center, Peach Mart è legato a Kāwi, offrendo un’alternativa più economica per le persone che frequentano l’Hudson Yards. Il team sfrutta al massimo lo spazio minuscolo, riempendo gli scaffali con confezioni di orsetti gommosi, patatine e puffs, in sapori diversi da quelli comuni della Frito Lay come matcha al caramello o al gusto di alghe al wasabi-tempura. Dietro il bancone un macchinario stende il riso sulle alghe e avvolge i rotoli di kimbap in varietà come tamago (con uovo), pollo fritto e mortadella e formaggio. Una tipica specialità della maggior parte dei negozi alimentari asiatici (e dei nuovi ristoranti americani che si ispirano a questi) sono i morbidi panini di pane bianco accuratamente preconfezionati, che si trovano ovviamente anche da Peach Mart: pane al latte giapponese, senza crosta, ripieno di insalata di patate mescolata con una miscela di maionese Kewpie-Hellmann, con l’aggiunta di peperoncini jalapeño o un sandwich chicken-katsu ripieno di carne fritta su misura per adattarsi alle precise misure del pane. Ci sono anche degli snack, che puoi mangiare passeggiando per il centro commerciale, come la carne di maiale essiccata e i corn dog (un wurstel fritto in pastella) chiamati “superdog bites”. È una mossa intelligente anche se leggermente sovversiva: i creatori di Hudson Yards affermano di aver creato il nuovo quartiere di New York, e quale quartiere non ha bisogno di un minimarket? Leggi di più qui.

Eunjo Park, la chef del ristorante Kāwi ha 25 paia di forbici a sua disposizione
➼ Kāwi, 20 Hudson Yards, quinto piano.

Kawi è un gioco di parole coreane che sta per “forbici” uno strumento che viene utilizzato con successo nell’ultimo ristorante della catena Momofuku di New York. E’ gestito dalla capo chef Eunjo Park, meglio conosciuta come Jo, una 32enne originaria della Corea del Sud, immigrata a Filadelfia all’età di 12 anni. Venne ispirata a dedicarsi professionalmente alla cucina, dopo aver imparato a preparare dei piatti tipici americani alle lezioni di economia domestica, come il pollo al forno e i fagottini di mele. “Ho imparato a conoscere la cultura americana attraverso il cibo” ha detto. Ciò l’ha portata alla scuola di cucina ed a lavorare successivamente per Daniel, da Le Bec-Fin, da Per Se e da Momofuku Ko, per poi tornare in Corea dove ha lavorato da Gaon a Seoul e dove ha fatto uno stage di un mese presso il famoso tempio buddhista Baekyangsa, protagonista di un episodio del programma Chef’s Table di Netflix. Tutte queste influenze si fondono dentro Kāwi, dove Park prepara le sue torte di riso tagliandole direttamente al tavolo (qui entrano in azione le forbici.) Abbiamo posto alla chef qualche domanda sulle sue esperienze culinarie formative e sui suoi attuali desideri.

Quale cibo ti ricorda l’infanzia?
Lo stufato di soia. Lo puoi preparare con quello che vuoi, con i crostacei o con la carne. Era quello che preparavano la mia mamma e mia nonna, ed è quello che cucino ora a casa.

Qual è la cosa più strana che hai mangiato?
Le olive nere, quelle in lattina. Dopo che la mia famiglia si è trasferita negli Stati Uniti vedevo i bambini della mensa metterle sulle dita, e pensavo che fosse così figo. Quindi ho provato anche io ma non mi sono piaciute.

Qual è il ristorante, non della catena Momofuku, che preferisci a New York?
Amo Xi’an Famous Foods, Ordino sempre il numero A-1, i noodles freddi. Ordino anche la tiger salad a parte e li mischio insieme.

Cosa non manca mai nel tuo frigo?
I noodles e il kimchee (piatto di verdure fermentate con spezie e frutti di mare salati) di mia mamma. Lei prende il suo kimchee molto sul serio. Ha un frigo dedicato solo a quello.

Perché sei andata in Corea per cucinare?
Quando lavoravo da Ko ero ispirata dal cibo coreano ma conoscevo solo quello di mia mamma. Volevo imparare di più delle radici della cucina coreana. Ora sono io a cucinare coreano per mia mamma.

Michael Lomonaco si sta rilassando.
➼ Hudson Yards Grill, 20 Hudson Yards, quarto piano.

Michael Lomonaco del Porter House Bar and Grill, sembra sempre divertirsi più di chiunque altro a gestire un ristorante. Ora si sta davvero lasciando andare, con l’apertura di una grande brasserie Americana, con un menu informale che trasmette uno spirito eclettico come quello del locale Blu Ribbon su Sullivan Street. Serve piatti semplici: pizza alla griglia, ostriche fritte, pimento cheese (una salsa spalmabile a base di formaggio, maionese e pimento) sushi, gumbo (uno stufato tipico dei Stati Uniti) e il French Dip (un sandwich ripieno di roast beef).

Il grande magazzino con sede a Dallas ha anche un suo stile di cucina.
➼ Neiman Marcus, 20 Hudson Yards

La prima sede a Manhattan di Neiman Marcus occupa tre piani al 20 di Hudson Yards, ognuno dotato di una tappa gastronomica: Cook and Merchants, al quinto piano, vende i biscotti cult del negozio insieme a insalate e panini di City Bakery; al sesto piano, Bar Stanley serve cocktail e comfort food come la zuppa di tortilla e l’arrosto; al settimo piano, Zodiac Room è il posto dove andare per una insalata standard da centro commerciale, per i muffin serviti caldi da un carello ambulante e per un tè pomeridiano servito con tutti gli accompagnamenti necessari.

Gli inglesi stanno arrivando
➼ Wild Ink, 20 Hudson Yards, quinto piano.


Wild Ink rappresenta il primo viaggio transatlantico di Rhubarb, un gruppo di catering e ristorazione con sede a Londra. Qui, in un locale al quinto piano del 20 Hudson Yards con un soffitto di bambù, su un tavolo girevole chiamato “Lazy Susans” che gode di una gran vista e grazie allo chef Peter Jin (ed uno chef di dim sum chiamato da Buddakan) vengono serviti wonton di granchio e mac’n’cheese, yakitori di radice di sedano, merluzzo scottato con la bouillaibasse e panini al vapore. L’anno prossimo, Rhubarb ed il direttore culinario Tien Ho, apriranno un ristorante al 101esimo piano insieme ad uno spazio per eventi, che richiederà 60 secondi per essere raggiunto dall’ascensore.

Queensyard, 20 Hudson Yards, quarto piano

Toast grigliati al formaggio e tartufo, uova scozzesi con carne di cervo, budino di riso alle noci e curry. Deve essere sicuramente un altro gruppo di ristorazione londinese che ha messo gli occhi su Midtown West. Infatti si tratta di D&D London, lo stesso gruppo responsabile della brasserie inglese Bluebird, al Time Warner Center. L’idea è quella di farti sentire come se ti avessero invitato in un’accogliente casa di un amico inglese immaginario. Lo spazio è approssimativamente suddiviso all’interno del tavolo comune – il Kitchen – tra un cafè casual che di sera si trasforma in un wine bar, un normale bar e la Dining room, che serve veri piatti della cucina britannica come il carrè d’agnello e l’anatra intera arrosto e che affaccia su the Vessel (una nuova installazione composta da 154 rampe di scale intrecciate.) Tutto questo accompagnato da un carrello di gin e martini.

Thomas Keller affronta la Blackout Cake di Ebinger.
➼ TAK Room, 20 Hudson Yards, quinto piano

Potrebbe sorprendere i lettori occasionali, ma il super chef da sette stelle Michelin non è nato con una frusta d’argento in mano. Ha iniziato dal fondo per poi farsi strada. Da adolescente, il suo primo lavoro in un ristorante è stato quello di lavapiatti al Palm Beach Country Club. Nel 2005, ha detto a Charlie Rose che stare sopra una cassa di latte di fronte alla Hobart (nota marca di lavastoviglie) per caricare i cestelli, e vedere i piatti uscire puliti 45 secondi dopo, era magico e gratificante.

È stata una esperienza formativa che ritorna alla mente quando Keller si prepara ad aprire la TAK Room.Il ristorante da 180 posti è una sorta di ritorno ai suoi inizi, il suo stile è quello della raffinata cucina americana del XX secolo, che lui chiama cucina continentale attualizzata, insieme a tutte le eleganti comodità retrò che lo accompagnano; il servizio gueridon, i carrelli di Champagne, la musica dal vivo, i cocktail classici, le ampie scalinate ed i caminetti realmente funzionanti. Quindi, anche se è improbabile che Keller al TAK Room stia pulendo pentole e padelle come ai vecchi tempi, non ti sorprendere se lo vedrai preparare una Ceasar Salad a tavola o tagliare l’arrosto. Era conosciuto proprio per questo al locale novità Ad Lib di Napa (ora chiuso) e anche al Surf Club Restaurant a Miami Beach, entrambi ristoranti che fungevano da esperimento per un’apertura di una TAK Room fuori città.

Chi lo sa? Keller potrebbe anche servire a qualche cliente fortunato una fetta di torta al cioccolato a strati. La K+M Dark Chocolate Layer Cake ha richiesto cinque anni di lavoro. Il prototipo è stato ideato al ristorante Ad Lib. È stata perfezionata al Surf Club e ora, dopo alcuni tocchi finali ed una nuova contestualizzazione in omaggio dell’ultimo grande panificio di Brooklyn Ebinger, è pronta per il suo debutto a New York. Perché questo dessert così particolare? “Era molto comune vedere una grande fetta di torta a strati, nel periodo in cui la cucina continentale è stata introdotta per la prima volta in America.” ha detto Keller. “Come abbiamo fatto con tutti i piatti della TAK Room, l’abbiamo sfruttata come occasione per esplorare la storia culinaria. Abbiamo cercato esempi di piatti classici attraverso tutto il paese e all’interno della storia di New York. La torta Blackout si distingue come la quintessenza della torta a strati di quel periodo.” È stata difficile da realizzare? “Non l’abbiamo realizzata è stata la storia a darcela”

Belcampo vuole farti mangiare una carne di miglior qualità (e anche di meno)
➼ Belcampo, 20 Hudson Yards, quarto piano.

Può un ex vegetariano di Palo Alto vendere ai newyorkesi eco friendly degli hamburger preparati con carne da allevamento controllato nutriti al 100% con erba? Questo è l’obiettivo di Anya Fernald, la cofondatrice e CEO di Belcampo, un’azienda di carne sostenibile con 10.000 ettari di terra biologica certificata, situata ai piedi del monte Shasta in California. Come le sue filiali gemelle a Los Angeles e San Francisco, il primo Belcampo dell’East Coast serve soltanto carne che l’azienda alleva e produce nel proprio macello; a differenza di loro, grazie in parte alla vicinanza con il locale Citarella di Hudson Yards, il solito bancone da macelleria è sostituito con un piccolo frigorifero pieno di brodi di carne e salsicce da asporto. Il menu al bancone propone una vasta gamma di proteine: dalla tartare di manzo, alle bistecche con patatine al grasso d’oca; anche le insalate (la bacon-kale Caesar e la lamb shawarma) sono condite con la carne. Come nel caso di qualsiasi azienda di allevamento, gli hamburger vengono preparati con carne macinata che altrimenti andrebbe buttata, non sprecando nessuna parte dell’animale, quindi non aspettatevi una selezione raffinata. Fernald starà anche combattendo una battaglia difficile in una città che è sempre di più costellata di bistecche alimentate a mais, ma anche i più scettici sul sapore e la consistenza della carne grass-fed, troveranno gli hamburger di Belcampo appetitosi: un doppio burgher in stile fast food “Drive-Through” alla base e 220 grammi di hamburger di carne frollata per 100 giorni con formaggio raclette al top.

Hudson Yards: una guida agli enormi edifici del nuovo quartiere di Manhattan.

A cura di Crain’s New York Business https://www.crainsnewyork.com/real-estate/hudson-yards-guide-enormous-buildings-manhattans-new-neighborhood?fbclid=IwAR0WpHbOB38wOU20zdEFIumkUUKCDMCrvS-nLtmPd4MT-_6l8GNeGihx3a0

Anche se alcuni residenti e impiegati sono già arrivati da qualche tempo, Hudson Yards ha aperto ufficialmente al pubblico solo il 15 marzo.

La progettazione ha impiegato più di dodici anni e 16 miliardi di dollari per la costruzione: è il più grande progetto immobiliare privato nella storia degli Stati Uniti. Ecco una guida alla prima fase di realizzazione del grandissimo nuovo quartiere dell’agenzia immobiliare Related Cos.

La struttura:

Il quartiere, grande sei ettari, è costruito sopra quello che i funzionari di pianificazione urbana una volta chiamavano “l’ultima frontiera” di Manhattan: i cantieri navali del West Side. La prima fase del progetto si estende tra la decima e l’undicesima avenue, dalla West 34th Street alla West 30th Street.

10 Hudson Yards

Già nel 2016 è stato inaugurato il primo grattacielo composto solo da uffici, che si innalza su 52 piani. Il grattacielo, progettato da Kohn Pedersen Fox Architects, ospita le sedi globali di Tapestry proprietaria del brand Coach, dell’Oréal USA, della società di software SAP e della Sidewalk Labs di Alphabet.

30 Hudson Yards

30 Hudson Yards, composto da 101 piani, è l’edificio più alto del progetto ed il secondo grattacielo per uffici più alto della città. All’ultimo piano si trova uno spazio per eventi, un bar ed un ristorante che aprirà presto al pubblico. L’anno prossimo sarà inaugurato anche Edge, l’osservatorio dell’edificio, una piattaforma esterna con un pavimento di vetro, che mostra ai visitatori una vista della strada da 335 metri di altezza.  Le società finanziarie KKR, Wells Fargo Securities e DNB Bank, sono nella lista degli affittuari insieme a WarnerMedia.

55 Hudson Yards

La lista degli inquilini di questo grattacielo, alto 240 metri, comprende gli studi legali Cooley, Milbank e Boies Schiller Flexner, insieme a diverse società finanziarie. Anch’esso è stato progettato dalla KPF.

15 Hudson Yards 

Questo grattacielo, di 88 piani, è stato progettato da Diller Scofidio and Renfro e dal Rockwell Group, ed è formato da quattro tubi curvi di vetro, attaccati l’uno all’altro. I residenti hanno iniziato già dal mese scorso a trasferirsi nei 285 appartamenti di lusso dell’edificio situato nella parte sud orientale di Hudson Yards, vicino alla West 30th Street. A gennaio è stato annunciato che più del 60% delle residenze del grattacielo sono state vendute, con contratti che assommano ad un totale di 800 milioni di dollari.

35 Hudson Yards

I 143 appartamenti di lusso del secondo edificio residenziale più alto di Hudson Yards, sono stati immessi sul mercato. Gli appartamenti partono da un costo di 5 milioni di dollari. Equinox sta costruendo il suo primo concept hotel nel grattacielo alto 300 metri, che è stato progettato da Skidmore e Owings and Merrill di David Childs.

50 Hudson Yards

Al momento non è ancora stato aperto questo grattacielo per uffici e negozi che è destinato a raggiungere i 300 metri d’altezza e sito sulla 10th avenue, nella parte settentrionale di Hudson Yards. La costruzione dovrebbe protrarsi fino al 2022. Quando sarà completato, l’edificio dovrebbe coprire un intero isolato, tra la West 33rd e la West 34th. BlackRock, uno dei maggiori gestori di investimenti al mondo, ha firmato per occupare 79.000 metri quadri nei primi 15 piani.

I negozi ed i ristoranti di Hudson Yards

I piani prevedono che questo centro commerciale a sette piani, da 2 miliardi di dollari, sarà dotato di quasi 100 negozi, tra cui la prima flagship Neiman Marcus della città. Il centro commerciale diventerà una destinazione gastronomica, con l’apertura di ristoranti tra cui la Tak Room di Thomas Keller, Il Mercado Little Spain di José Andrés, Shake Shack e Kawi, il locale coreano di David Chang.

The Shed

Il centro culturale di Hudson Yards aprirà al pubblico il 5 aprile. The Shed, di 19000 metri quadrati, è composto da sei livelli in grado di ospitare nel suo atrio 1250 persone sedute o 2700 in piedi. Il centro dovrebbe aprirsi con lo spettacolo Soundtrack of America, una serie di concerti in cinque notti “che celebreranno l’impareggiabile impatto della musica afro-americana sulla cultura contemporanea”.

The Vessel

La struttura più riconoscibile del nuovo quartiere progettata da Thomas Heatherwick è nota come The Vessel ma progettisti hanno detto che aspettano un riscontro da parte dei visitatori per eventualmente essere aiutati a scegliere un nuovo nome. La scala a chioccola a nido d’ape è il fulcro dei giardini pubblici dell’Hudson Yards. I visitatori possono salire le sue 154 rampe di scale comunicanti, per vedere il quartiere da diverse altezze e prospettive. I biglietti per visitare la struttura sono gratuiti ma obbligatori. La costruzione dell’installazione è costata circa 200 milioni di dollari. 

I 10 migliori piatti del Chelsea Market

A cura di

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Il Chelsea Market, alla sua apertura circa 22 anni fa, mirava a fornire magazzini e impianti di produzione per piccole imprese del settore alimentare, molte delle quali avrebbero aperto punti vendita rivolti a cuochi professionisti e non. Per quelli che come noi si dilettavano in cucina era il paradiso.

Vagando tra i corridoi quasi vuoti della vecchia fabbrica Nabisco (dove sono stati inventati i biscotti Oreo) ci si poteva imbattere in una macelleria, in un caseificio del nord dello stato di New York, in un negozio di utensili da cucina, in uno che vende prodotti italiani, in un banco di frutta e verdura, un alimentari thailandese, o una panetteria dove vengono sfornate le pagnotte a vista. Se stavi pensando di organizzare una cena il Chelsea Market era la tua destinazione!

Ma il Chelsea Market cambiò gradualmente, diventando una destinazione turistica che attira più i curiosi che i veri cuochi. Le attività storiche scomparvero per dare il posto a banchi che vendevano cibo pronto. Ben presto aprirono sempre più aree ristoro, mentre continuarono a scomparire le vecchie attività. Oggi, la vecchia fabbrica Nabisco è un vero e proprio punto ristorazione, che offre circa 40 diverse opzioni gastronomiche. Coloro che un tempo frequentavano il mercato per il pesce fresco o per una bottiglia di aceto balsamico, ora sono spesso spaventati dalle orde scalpitanti di turisti.

Il numero dei visitatori durante il giorno, e la vasta scelta gastronomica, fanno sì che non ci siano mai abbastanza posti a sedere, anche se alcuni banchi hanno dei posti riservati. Preparatevi a fare la fila per il vostro cibo e a mangiare in piedi; se volete evitare questi problemi arrivate prima delle 11 di mattina o intorno alle 4 di pomeriggio nei giorni feriali o dopo le 6 nel fine settimana.

In alternativa potete cercare tavoli e sedie al piano di sotto, nel seminterrato aperto di recente, il Chelsea Local. Lì troverai molti dei venditori storici che si trovavano al piano superiore, come il mercato ortofrutticolo originale e l’eccellente Buon Italia, che vende prodotti alimentari italiani, panini e snack freschi. Al piano di sotto ci sono anche i bagni pubblici ampliati di recente, che sono magnifici in confronto alle strutture originali.

La vasta scelta di punti di ristoro, ed il loro altissimo livello, rendono il Chelsea Market il migliore angolo gastronomico di Manhattan. Questa è la guida aggiornata di Eater, contenente le 10 migliori cose da mangiare, selezionate dopo anni di frequentazione.

I 10 migliori piatti del Chelsea Market

L’adobada taco di Los Tacos No.1

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Questa bancarella sgangherata sembra arrivare direttamente da una spiaggia di San Diego, ed è più o meno questo che rappresenta il suo menù. Basta dare uno sguardo alla carne di maiale allo spiedo gocciolante, sormontata da un ananas, per capire che cosa ordinare. Qui lo chiamano al pastor (lett. “al pastore – dallo spagnolo) Questo è uno dei tacos più buoni della città insieme alle eccellenti tortillas fatte in casa ($3.75)

La zuppa di agnello al cumino piccante da Very Fresh Noodles

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Rimanendo nello stile di Xi’an Famous Foods (una famosa catena di ristoranti cinesi a NY) ma con l’aggiunta di alcuni elementi originali, questo stand di noodle fatti a mano prepara dei piatti ottimi. Hanno una larghezza ed uno spessore non uniforme, dato che sono tirati a mano. La zuppa è piccantissima e saporita, con una bella spolverata di pepe di Sichuan. Il banco, un tempo più ridotto, oggi ha una location più evidente e ampia, verso l’ingresso della Ninth Street. ($12.86)

L’hot dog di Dickson’s Farmstand Meats

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Questa macelleria ha aggiunto gradualmente cibi pronti al suo menù, spostando la maggior parte della carne cruda al piano di sotto, in uno spazio separato. Polli su girarrosto, sandwich, e verdure grigliate sono disponibili al piano di sopra, ma la cosa più allettante sono di sicuro gli hot dog gourmet, molto grandi e saporiti. Le cipolle crude sono gratuite insieme alle mostarde e ad altri condimenti. Il chili è disponibile ad un costo aggiuntivo. ($5.50)

Il chocolate fudge milkshake di Creamline

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Creamline un tempo era il caseificio del mercato, vendeva i prodotti della Ronnybrook Farms, e presentava numerosi frigoriferi refrigerati di latte ad altri prodotti caseari. Gradualmente questi frigoriferi diminuirono fino a divenire uno solo mentre formaggi atipici come il quark sparirono del tutto. Oggi serve hamburger locali con alcuni posti a sedere. Gli hamburger e le patatine fritte sono buoni, ma i milkshake al cioccolato sono spettacolari, un modo perfetto per consumare le calorie di un intero pasto. ($6.95)

Un’intera aragosta al Lobster Place

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Nonostante il suo nome, Lobster Place è uno dei banchi di pesce migliori della città, offre di tutto, dal pesce d’oceano pescato a canna ai ricci di mare (con tanto di spine.) Non tanto tempo fa hanno aperto anche dei banchi di sushi e di cibo pronto, cosa che ha reso il posto terribilmente labirintico. Le aragoste intere sono il piatto più popolare; offerte nella parte più interna del negozio in tanti formati diversi sono cotte al vapore e presentate con il burro fuso. (da circa mezzo chilogrammo fino a oltre 1.5 kg, prezzo da $30.95 a $86.95)

Il panino Sinatra della Cappone’s Salumeria

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Questo banco di panini siciliani si trovava inizialmente al Gansevoort Market. Si è poi trasferito in una posizione più luminosa al Chelsea Market, accanto ad alcuni dei tavoli posti davanti alla finestra che dà sulla quindicesima strada, con tanto di ingresso laterale segreto sulla via, che ti permette di uscire più rapidamente dopo che hai finito il tuo panino. Disponibile con diversi tipi di pane, il Sinatra è un panino gigante farcito con tonno italiano, caponata di melanzane e fontina. Assaggialo con la focaccia; un panino basta per due persone. ($12.50)

La crostata di ciliegie di Sarabeth’s

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Sarabeth’s è diventato una presenza costante in tutta la città contando oramai cinque sedi tra le quali l’originale dell’Upper East Side, ma questa piccola pasticceria, con alcuni posti a sedere ad un tavolo comune e con la panetteria a vista, è la più importante. Non puoi sbagliare ordinando la torta del giorno, che in questo caso è la crostata di ciliegie, con sopra lo zucchero semolato ad aggiungere croccantezza. Le ciliegie sono deliziosamente aspre. ($4.40)

I crostini di Corkbuzz.

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A metà strada tra gli ingressi principali del mercato, Corkbuzz offre una piccola oasi di comodità, con sgabelli imbottiti lungo il bar, ed una sala da pranzo sul retro, che sembra molto lontana dalla confusione appena fuori la porta. Una discreta selezione di vini al bicchiere da tutto il mondo viene servita con salumi, formaggi, assaggi e piatti completi come panini e piatti vegetariani. Questi tre crostini sono annoverati tra gli snack (da destra a sinistra): formaggio di capra e miele, pesto di purea di melanzane, e ricotta con fichi all’aceto balsamico. Una piacevole scelta. ($11)

“Jerk Chicken” di Tings

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Tings, uno dei nuovi stand del Chelsea Market, serve piatti giamaicani rivisitati come quelli che puoi trovare da Flatbush. Il pollo jerk (modalità di cottura tipica della Giamaica) è ricoperto con le spezie tradizionali come il pimento (un pepe tipico giamaicano.) Una porzione di pollo viene servita con abbondante riso e piselli ed un gustoso mango tritato. La salsa piccante è veramente piccante. Anche i contorni sono eccellenti, specialmente le verdure in umido con cipolle e peperoni dolci. Sono disponibili anche la coda di bue, il salmone jerk e le polpettine di carne. ($12)

Il lavan di Miznon

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La pita di Miznon, una catena israeliana situata nel Chelsea Market non da tanto tempo, è spessa e morbida. Una volta aperta viene utilizzata per realizzare succulenti panini, riempiti a piacere con il rombo, con bistecca e uova, con i falafel, la ratatouille o, quella che è la nostra variante preferita chiamata Lavan, con il cavolfiore e il tahini. Una porzione è un pasto completo, ma puoi prenderne due se sei particolarmente affamato. Puoi accompagnare il tuo panino con le “run over potato” patate aromatizzate con aglio, scalogno e panna acida e poi schiacciate sul piatto. Ordina al banco, prendi il numeretto e siediti sui gradini o al tavolo per aspettare la tua ordinazione. Sono disponibili vino e birra ($9)

Nota: questa è una versione aggiornata di una guida pubblicata nel 2016

In occasione del 150° compleanno di Frank Lloyd Wright, ecco uno sguardo al suo più famoso palazzo di New York.

A cura di Amy Plitt 

Nel 1943 venne commissionato a Frank Lloyd Wright un compito che lo avrebbe portato a realizzare uno dei suoi più famosi lavori: il Solomon R. Guggenheim Museum, che ad oggi rimane l’unico edificio pubblico di Wright situato all’interno dei cinque quartieri. Sebbene il critico di architettura Paul Goldberger l’abbia definito una volta “l’edificio assolutamente sbagliato nel posto sbagliato” una cosa è certa: il Guggenheim fu, al suo debutto nel 1959, una rivelazione che stravolse l’idea di museo sotto molti punti di vista, e ancora oggi non è paragonabile a nessun altro edificio.

Il filantropo Solomon R. Guggenheim e l’artista e sua consulente artistica Hilla Rebay (che divenne anche la prima direttrice del museo) scelsero l’architetto in base alla sua reputazione; Wright era alla fine della sua carriera ed aveva già realizzato edifici storici come lo Unity Temple e il Bear Run all’Oak Park ed il Fallingwater in Pennsylvania. C’era solo una clausola da parte dei cofondatori: “l’edificio doveva essere diverso da qualsiasi altro museo nel mondo.”

Frank Lloyd Wright sulla balconata del Museo Guggenheim durante la costruzione nel 1959.

 William H. Short/Courtesy Solomon R. Guggenheim Museum Archives.

I sedici anni trascorsi, da quando Wright ottenne l’incarico a quando l’edificio venne aperto, furono burrascosi. Successe di tutto, a cominciare dall’incomprensibile codice edilizio di New York e, non ultima, la morte di Guggenheim, a mettere i bastoni tra le ruote. Wright stesso morì nell’Aprile del 1959, sei mesi prima che il museo aprisse al pubblico.

Dunque come ha potuto il museo arrivare ad esistere?  È una lunga storia, troppo lunga per essere trattata per esteso (ma sono stati scritti libri interi sull’argomento). È anche una storia che Wright avrebbe preferito non avesse luogo a New York. A lui non importava molto della città. In una lettera del 1949 al suo amico e collaboratore Arthur Holden, scrisse “Riesco a pensare a tantissimi posti migliori dove costruire il suo grande museo, ma dovremo farlo a New York.”

 

Ma come lo stesso Guggenheim farà notare, l’ubicazione definitiva del museo sulla Fifth Avenue tra l’88esima e la 89esima strada, fu una fortuna per Wright grazie al vicinissimo Central Park.

La vicinanza con Central Park è stata fondamentale; il parco offre sollievo dal rumore e dal traffico della città. La natura non solo ha fornito al museo una pausa dalle distrazioni di New York ma ha anche offerto ispirazione. Il Guggenheim Museum è l’incarnazione dei tentativi di Wright di incorporare le forme organiche con l’architettura.

L’ossessione di Wright per la natura e le sue forme organiche è evidente in tanti dei suoi lavori più famosi come Fallingwater, chiamato così per il fatto di essere situato in cima ad una cascata (con l’acqua che cade che diviene caratteristica della casa esattamente quanto lo è la roccia arenaria di Pottsville, usata per costruire l’edificio).

Anche se il Guggenheim non è l’esempio più calzante, dato che non si può vedere Central Park dall’interno, è stato comunque ideato in modo analogo. La luce inonda lo spazio da un grande lucernario arroccato in cima; il design circolare, invece, è stato ispirato più dalla natura che dalle tipiche forme degli edifici (una volta Wright disse che il progetto finito avrebbe fatto sembrare il Metropolitan Museum of Art, situato a sette isolati a sud, un “granaio protestante”) 

Uno schizzo del mai realizzato Gordon Strong Automobile Objective nel Maryland .

The Frank Lloyd Wright Foundation Archives (The Museum of Modern Art | Avery Architectural & Fine Arts Library, Columbia University, New York)

L’architetto, per questo progetto, prese perfino spunto da un suo precedente lavoro. Il Gordon Strong Automobile Objective era un’attrazione turistica che Wright progettò, senza alcuna commissione, negli anni ’20 ed il suo aspetto era straordinariamente simile a quello del Guggenheim: i visitatori venivano condotti verso la cima della montagna Sugarloaf nel Maryland, seguendo poi un sentiero a spirale per ritornare giù. A prima vista non sembrerebbe un’attrazione turistica ma Wright finì col copiare il progetto e ribaltarlo per realizzare il museo.

Alcuni dicono che il Guggenheim abbia la forma di un guscio di conchiglia a spirale; altri dicono che è più simile ad un nastro di cemento o ad una ziggurat ribaltata. Ma, a prescindere da come la si voglia chiamare, l’aspetto finale, risultato di diverse modifiche e più di 200 schizzi, è un qualcosa di unico a Manhattan. Ciò spiegherebbe perché, come dice lo studioso di Wright, William Allin Storrer nel suo libro The Architecture of Frank Lloyd Wright, “Il superamento delle limitazioni del codice edilizio di New York richiese più tempo rispetto alla progettazione e alla costruzione”

Qui è come ne parla la commissione per la tutela dei beni culturali nel rapporto sul museo del 1990 :

A causa del singolare aspetto del progetto, quando arrivò per la prima volta alle autorità municipali nel 1952, ricevette contestazioni a 32 regolamenti edilizi. Quando il numero delle contestazioni scese a circa quindici, i progetti vennero inoltrati al Board of Standards and Appeals (di seguito indicato come BSA) per le variazioni necessarie. Dopo un lungo periodo di revisioni al progetto la BSA approvò il lavoro e nel 1956 il dipartimento per gli alloggi e gli edifici emise un permesso.

Quattro anni dalla presentazione iniziale del progetto all’approvazione sembrano tanti vero? E questo era solo il culmine dei problemi finanziari che il piano aveva già affrontato, sommato al fatto che dopo la morte di Solomon R. Guggenheim la nuova direzione del museo non era molto entusiasta del progetto di Wright. Alla fine però tutto si sistemò per il meglio e la costruzione ebbe inizio nel 1956.

Ma anche se la città diede la sua approvazione al Guggenheim, le persone che in teoria avrebbero dovuto essere le più coinvolte dall’edificio, ovvero gli artisti, si mobilitarono contro di esso. Nel 1956 ventuno artisti inclusi Franz Kline, e Willem de Kooning inviarono una lettera alla Fondazione Guggenheim evidenziando i loro problemi con il progetto di Wright, notando che la forma a spirale non era “adatta per una comprensibile esposizione di pittura e scultura.” (erano anche irritati dal fatto che l’edificio potesse sopraffare l’arte al suo interno. E non avevano tutti i torti!)

Wright rispose alla sua maniera: stando ad un articolo del New York Times del 1959:

“Comprendo abbastanza bene il demonio del vizio che affligge le vostre menti per capire che voi tutti conoscete troppo poco la natura della madre di tutte le arti: l’architettura”.

La costruzione continuò negli anni successivi con Wright che visse in una suite del Plaza Hotel per cinque anni consecutivi, durante i lavori. Ma Wright, purtroppo, non vide mai il progetto ultimato. Nel 1959 morì, all’età di 89 anni, dopo aver subito un intervento chirurgico a Phoenix, in Arizona.

Il Guggenheim nell’ottobre del 1959, il giorno prima dell’apertura al pubblico.

Harry Harris/Associated Press

Il Guggenheim avrebbe aperto sei mesi dopo con consensi e rancori. Il presidente dell’epoca Dwight D. Eisenhower lo definì “un simbolo della nostra libera società che accoglie nuove forme di espressione dello spirito creativo umano”, invece il critico Lewis Mumford, un amico di Wright, lo definì “Un fallimento monumentale per Wright e di cattivo gusto” in una recensione del 1959 sul New Yorker.

Eppure nonostante queste sfide, e le polemiche iniziali che hanno riguardato la struttura, il Guggenheim è diventato uno dei musei più popolari della città di New York, che attira più di un milione di visitatori ogni anno. Quasi certamente la maggior parte delle persone stanno lì più per l’edificio che per l’arte al suo interno, che è senza dubbio quello che avrebbe voluto Wright.

Vuoi sapere di più su Frank Lloyd Wright? Dai uno sguardo a Frank Lloyd Wright Week una celebrazione del 150esimo anniversario dell’architetto pionieristico su Curbed Chicago e Curbed.com.

Una nuova destinazione per il cibo cinese a New York: non è Flushing ma Forest Hills.

A cura di By Max Falkowitz, The New York Times

Un angolo del Queens conosciuto da tutti per la gastronomia e le pizzerie ha introdotto una “massa critica” di nuovi ristoranti cinesi.

Il censimento del 1990 registrò che poco più di 1500 residenti di Forest Hills erano cinesi. Nel 2000 questo numero era cresciuto a più di 7000 e nel 2016 a più di 11000, con un quarto dei residenti che riportavano degli antenati asiatici, secondo le stime più recenti.

Nel ristorante Bund, a Forest Hills nel Queens, lo chef Yan Jun è specializzato in versioni moderne e classiche di piatti di Shanghai e Sichuan, tra cui il maiale fritto e glutine di grano brasato con funghi, anatra alla pechinese, pesce fritto affumicato, “dumplings” saltati in padella, torta di riso con maiale e verdure. An Rong Xu per il The New York Times

Xueling Zhang arriva in cucina alle 7 del mattino per preparare i “dumplings” al vapore ripieni del giorno (foto sopra). In una giornata proficua il suo ristorante, Memories of Shanghai arriva fino a cinquanta ordinazioni di xiao long bao, ognuno trasformato in un ipnotico broccato dalle mani del Signor Zhang.

Poi si sposta su altri piatti dim sum (un tipo di cucina della Cina meridionale, che comprende una vasta gamma di piatti leggeri) sempre preparati sotto la sua supervisione: “dumplings” con tenero macinato di pollo, cipolle e polvere di curry, rotoli di pancakes di cipolline con ciuffi di manzo brasato, tortine dolci fatte a mano con sesamo chiamate shaobing, ricavate da un sottile impasto spennellato con olio e lardo, e infine ripiegato creando delle tasche calde croccanti ad ogni morso.

Xueling Zhang ha cucinato alcuni dei “dumplings” al vapore migliori di New York da Joe’s Shanghai e da Nan Xiang Xiao Long Bao. Ora, al Memories of Shanghai, ha una sua cucina. An Rong Xu per il The New York Times

Gli appassionati di “dumplings” di New York riconosceranno gli xiao long bao del Signor Zhang. Ricordano la versione vagamente dolce e squisita che fece diventare Joe’s Shanghai e Nan Xiang Xiao Long Bao i migliori ristoranti di “dumplings” al vapore. Xueling Zhang, 63 anni, ha cucinato ravioli in entrambi i locali ed in numerose altre cucine, da quando è arrivato negli Stati Uniti nel 2002. Questo settembre, lui e la sua famiglia hanno aperto un loro ristorante, un piccolo bancone con l’ingresso su un vicolo tra un parcheggio e una stazione di polizia.

Ma Memories of Shanghai non si trova in una zona nota per la ristorazione cinese come Flushing nel Queens o Sunset Park a Brooklyn. La famiglia Zhang è parte di un piccolo gruppo di pionieri che stanno costruendo una Chinatown completamente nuova, in un territorio inaspettato: Forest Hills nel Queens.

Da Memories of Shanghai, gli xiao long bao di maiale, dal gusto vagamente dolce, hanno un impasto morbido che viene poi arrotolato con la possibilità di aggiungere la polpa di granchio. An Rong Xu per il The New York Times

Ad Austin Street andando oltre i negozi, si può avvertire il rumore, per alcuni familiare, dell’impasto dei lamian (un tipo di noodle cinese) che risuona sul bancone di Xin Taste Hand Pulled Noodle. In fondo all’isolato, un caffè chiamato Pink Forest serve delle qualità particolari di bubble tea e jianbing, i famosi pancake salati di Pechino, insieme a bagel e croissant alle mandorle. Snowdays, un locale taiwanese che serve granite, con negozi a Manhattan, Brooklyn e Queens non ha ancora aperto una filiale a Flushing o Elmhurst. Ma ha un negozio ad Austin Street.

Ognuna di queste aziende ha aperto negli ultimi due anni, un cambiamento epocale in un quartiere meglio noto per le sue decennali pizzerie e gastronomie ebraiche.

“Crescendo su Yellowstone Boulevard, ho sempre saputo che le prelibatezze locali erano il locale Knish Nosh o una scodella di zuppa di matzo ball” ha detto Nora Lum, la rapper e attrice di “Crazy Rich Asians” conosciuta con il nome di Awkwafina. Quando la sua famiglia aveva voglia di cibo cinese, doveva arrivare fino a Flushing o Elmhurst. Il suo bisnonno, Jimmy Lum era il proprietario di Lum’s un ristorante cantonese, colonna portante di Flushing dagli anni ’50 fino alla sua chiusura negli anni ’80. Suo padre, Wally Lum è cresciuto a Whitestone ma si stabilì a Forest Hills nel 1987 così come fecero numerosi cinesi-americani poco dopo.

Tom Lei, lo chef e comproprietario di Spy C Cuisine, ha studiato cucina regionale cinese in una delle principali scuole di cucina di Pechino, prima di arrivare in America per impegnarsi con le aperture di ristoranti cinesi di fascia alta a New York. An Rong Xu per il The new York Times

Spy C Cuisine si trova su Austin Street, tra la catena di granite taiwanese Snowchain e un ristorante di noodle tirati a mano che ha aperto quest’anno.  An Rong Xu per il The New York Times

La comparsa di ristoranti cinesi per i palati cinesi dunque non ci sorprende, soprattutto perché gli affitti di Flushing ed i valori delle proprietà sono cresciuti vertiginosamente, per rivaleggiare con quelli di Manhattan. Anche se Forest Hills è storicamente uno dei quartieri più ricchi della città, i costi sono moderati in confronto a quelli del centro di Flushing.

Un affitto ragionevole è stata una delle ragioni che ha portato lo chef Tom Lei ad aprire, questo febbraio, Spy C Cuisine su Austin Street. Tom Lei, 33 anni, ha studiato cucina regionale cinese in una delle principali scuole di cucina di Pechino, prima di arrivare in America per confrontarsi con le aperture di ristoranti cinesi di lusso a New York.

Ora in uno spazio tutto suo, ci dice attraverso un interprete, ha la possibilità di preparare i piatti complessi e creativi che ha sempre desiderato, introducendo i clienti non cinesi ad un mondo di sapori che va oltre il manzo con i broccoli.

Allo Spy C Tom Lei, crea un brodo ricco e delicato per ogni zuppa del suo menù, tra cui questo piatto in stile Hunan con filetti di pesce, peperoncino e verdure sottaceto. An Rong Xu per il The New York Times

Tom Lei ha un approccio disordinato alla gestione del menu del suo ristorante. Le pareti sono tappezzate con specialità del giorno degne di un vecchio diner, come gli zamponi brasati e fritti e la luffa (una pianta asiatica simile alla zucchina) al vapore. Ci sono anche dei piatti che possono essere ordinati su richiesta, preferibilmente direttamente in mandarino, dato che solo pochi membri del personale parlano un inglese fluente. Degna di nota è la testa di carpa erbivora al vapore che i commensali ‘ricaveranno’ da un rivestimento di peperoncini in salamoia. I nuovi arrivati possono accontentarsi di ordinare dal menu tradizionale del morbido tofu e dei filetti di pesce in stile Hunan che non hanno nulla a che fare con i piatti torbidi di alcuni ristoranti  Sichuan e Hunan a New York. Questi rilasciano una lenta e piccante sensazione al palato, cucchiaiata dopo cucchiaiata.

Tom Lei affetta perfettamente i cetrioli e li condisce con olio speziato di pepe di Sichuan, aceto di Chinkiang, salsa di soia, coriandolo, aglio tritato, un pizzico di sale e zucchero e pezzetti di peperoncino rosso essiccato. An Rong Xu per il The New York Times

Thomas Lo, un anestesista e residente di Forest Hill, che ha studiato all’International Culinary Center di Manhattan ed è tirocinante presso ristoranti di lusso, ha detto di essersi innamorato di Spy C dopo aver assaggiato l’insalata di cetrioli dello chef Lei. “Sembra un piatto così semplice, ma in realtà non è così facile da realizzare.” ha detto Thomas Lo “Quando l’ho assaggiato i miei occhi si sono illuminati. Era così croccante, rinfrescante e perfettamente equilibrato.”

Per prepararlo il Signor Lei intinge i grani di pepe del Sichuan in olio bollente per estrarre la canfora ed il sentore di agrumi. Dopo unisce l’olio con l’aceto Chinkiang, la salsa di soia, il coriandolo, l’aglio tritato, i semi di sesamo, un pizzico di sale e zucchero e pezzetti di peperoncino rosso essiccato, ed usa il tutto per glassare i cetrioli che sono stati precedentemente affettati in riccioli per creare una perfetta croccantezza.

The Bund si trova su un tratto della Queens Boulevard meglio conosciuto per i ristoranti kosher e le farmacie russe che per la cucina cinese. An Rong Xu per il The New York Times

Il Signor Yan ha fatto da consulente per i menu di nuovi ristoranti cinesi ed ha diretto la cucina del Bund dalla sua apertura fino alla fine del 2016.  An Rong Xu per il The New York Times

Al Bund, un ristorante dove la cucina di Shanghai incontra quella di Sichuan che ha aperto sulla Queens Boulevard alla fine del 2016, lo chef Yan Jun sta sperimentando una cucina innovativa che mixa le tradizioni. Come il Signor Zhang e il Signor Lei, Yan ha fatto da consulente per altri ristoranti cinesi. Il Bund gli ha offerto un palcoscenico per dare il via a nuovi piatti popolari della Cina continentale.

Polpette “testa di leone”, delle dimensioni di un piccolo pugno chiuso, vengono brasate con una gustosa salsa e sono tenere come il pâté.  An Rong Xu per il The New York Times

Gli stinchi di maiale vengono tradizionalmente brasati nelle cucine di Shanghai ma Mr. Yan ne marina uno enorme nell’aceto e nel pepe nero, lo cuoce a vapore fino a quando le ossa non si arricciano ed infine lo frigge rendendolo di una croccantezza sconvolgente.  An Rong Xu per il The New York Times

Gli stinchi di maiale vengono tipicamente brasati nelle cucine di Shanghai ma Mr. Yan ne marina uno enorme nell’aceto e nel pepe nero, lo cuoce a vapore fino a quando le ossa non si arricciano ed infine lo frigge rendendolo di una croccantezza sconvolgente. Realizza anche delle versioni superlative dei classici come le polpette “testa di leone” grandi come palle da softball e tenere come il pan di spagna, e l’anatra alla pechinese laccata che regge il confronto con le versioni molto apprezzate di Hakkasan New York e Wu’s Wonton King a Manhattan.

Il Signor Yan, 40 anni, mette tutto questo a servizio della direzione di David Kong, 46 anni, manager e comproprietario del Bund. La zia di Kong, Fu Yafen è proprietaria del ristorante stellato Michelin, Fu He Hui a Shanghai, e suo padre, Tsun Kong, si è formato a Shanghai prima di trasferirsi negli Stati Uniti e aprire ristoranti a New York e nel New Jersey.

David Kong è di professione gioielliere, ma dopo aver vissuto a Forest Hills per quasi 30 anni, era frustrato dalla mancanza di una cucina cinese di qualità nelle vicinanze.

 “Il cibo cinese a New York sta migliorando anno dopo anno” ha detto David Kong “L’immigrazione ha fatto grandi cose per il cibo di Sichuan. Ma il cibo di Shanghai è più complicato. Le preparazioni sono più difficili, con marinature e salse specifiche per ogni piatto.”  Quando un locale si è liberato vicino al loro condominio, lui ed il suo amico d’infanzia Jim Nguyen hanno scelto di fare un salto nel vuoto.

Memories of Shanghai è una vera attività a conduzione familiare: Xueling Zhang è lo chef; sua moglie, Xiumei Zhang, gestisce la sala. La loro figlia, Elsa Zhao (a sinistra), gestisce l’attività, e suo marito, Aaron Zhao (destra), lavora in cucina. I loro figli (da sinistra) Joe, Ivy e Bryant.

Al Memories of Shanghai anche la famiglia Zhang ha fatto un salto nel vuoto. Il genero del signor Zhang, Aaron Zhao lavora al suo fianco in cucina. Sua moglie, Xiumei Zhang, gestisce la piccola sala e sua figlia Elsa, gestisce l’attività.

“Mio padre prepara i dim sum da tanto tempo, ha avviato tanti ristoranti al successo. Ma questa è l’occasione per la nostra famiglia di fare qualcosa per se stessa” ha detto sua figlia Elsa.

Elsa Zhang è stata attratta dallo spazio del Memories of Shanghai in parte anche a causa della gestione precedente, un ristorante di teriyaki, che stava lì da molto tempo. L’affitto moderato, e la vicinanza con la scuola pubblica 101Q frequentata dai suoi tre figli, di sicuro non hanno guastato.

“Se lavoro per altre persone il mio ruolo è limitato” ha detto “Ma se apro questo ristorante con la mia famiglia, vedo una lunga strada da percorrere davanti a noi”

Se decidi di visitarli

The Bund 100-30 Queens Boulevard, 718-275-8000, bundon67.com. 

Memories of Shanghai 68-60 Austin Street, No. 10a, 718-880-2938.

Pink Forest 72-01 Austin Street, 718-575-4086

Snowdays 72-24 Austin Street, 347-960-8517, snowdaysnyc.com (chiuso per la stagione)

Spy C Cuisine 72-06 Austin Street, 718-268-1959, spyccuisine.com

Xin Taste Hand Pulled Noodle 72-38 Austin Street, 718-520-5199

Jimi Hendrix in Greenwich Village

A cura di Ariel Kates

Chi non conosce le note di apertura delle sue canzoni? Chi non riconosce la selvaggia, irrequieta energia che si trova nella sua musica? Chi non ha mai visto il suo viso sospeso tra fumo e mistero? Lo abbiamo ascoltato a concerti ed eventi in tutto il mondo. Abbiamo guardato ed ascoltato la sua musica a Woodstock. Lo abbiamo visto nei suoi abiti dai colori accesi. Lo abbiamo visto commuoversi. Il volto di una generazione, sì, ma anche il simbolo della perdita, del pericolo, un volto che fa parte del così detto club 27, insieme a troppi artisti la cui musica viene ascoltata ancora oggi. È il simbolo di un movimento, di una generazione e anche del quartiere del Village.

Lo abbiamo visto in sala di registrazione, nel suo Electric Lady Studio sulla West 8th Street, mentre creava la sua musica magica. Lo vediamo tutt’ora allo stesso modo. Ci è stato detto che, dopo Woodstock, Jimi ritornò al suo appartamento in un edificio anteguerra, al civico 59 della West 12th Street, dove hanno vissuto anche altri personaggi famosi tra cui Marisa Tomei e Cameron Diaz.

L’appartamento di Jimi è poi stato unito con un altro appartamento del palazzo, ristrutturato e venduto per milioni di dollari. Per quanto ne sappiamo questo è stato l’unico contratto d’affitto da lui firmato, anche se ha vissuto altrove fermandosi ovunque, quando viaggiava per il mondo in tour, suonando, creando arte e frequentando i suoi amici. John Storyk, un architetto di Manhattan che ha aiutato Hendrix a progettare lo studio di registrazione e la sua acustica, ha detto di ricordare che Hendrix visse anche in un cottage al civico 50 della West 8th Street, accanto all’Electric Lady Studios.

Oggi celebriamo la sua vita, ricordando che Jimi nacque il 27 novembre del 1942. Questa incredibile foto di Jimi, scattata da Fred W. McDarrah, che lavorò per il Village Voice, è una delle dodici foto raffiguranti le icone del Village del tempo, le cui stampe sono disponibili in vendita sul nostro sito. Siamo orgogliosi di poter offrire questo lato della sua storia e del Village.

È nato con il nome di Johnny Allen (in seguito cambiato da suo padre con James Marshall) a Seattle, Washington, ma fin da giovane era conosciuto come Jimi. Le difficoltà della sua vita giovanile e della sua famiglia sono ben documentate. Da parte di suo padre, che non riuscì ad incontrare suo figlio fino all’età di tre anni, c’era la costante lotta con il trauma causato dalla guerra e la disoccupazione. C’era anche il problema dell’alcolismo, l’instabilità abitativa, il divorzio definitivo e la separazione dai suoi fratelli. Jimi si arruolò nell’esercito a 19 anni nel 1961, cosa che fece per evitare la prigione, dopo che fu sorpreso a rubare auto a Seattle. Sopravvisse con l’aiuto della sua chitarra, formando una band con un suo compagno di plotone, ed ottenendo un congedo con onore, dopo essersi apparentemente rotto una caviglia durante un lancio con il paracadute.

Da quel momento Jimi si trasferì nel Tennessee, dove iniziò la sua carriera musicale suonando come supporto per artisti quali Little Richard, B.B. King, Sam Cooke e gli Isley Brothers. Nel 1965 formò un gruppo chiamato Jimmy James and the Blue Flames, che suonò nel Greenwich Village, in locali come il Cafe Wha? Prima di morire Jimi realizzò tre album, Are You Experienced? (1967), Axis:Bold as Love (1967) e infine Electric Ladyland (1968) come parte della Jimi Hendrix Experience. Electric Ladyland raggiunse il primo posto nelle classifiche americane, ed a quel punto Jimi divenne un nome conosciuto, una sensazione, un’icona pop, un rivoluzionario che ispirò gli innovatori della chitarra elettrica.

È stato descritto dalla Rock and Roll Hall of Fame come “probabilmente il più grande musicista nella storia della musica rock.” All’epoca era l’artista più pagato del mondo. Holly George-Warren della Rolling Stone Encyclopedia scrisse che “Hendrix è stato il pioniere nell’uso dello strumento come fonte di un suono elettronico. I musicisti prima di lui avevano sperimentato feedback e distorsioni ma Hendrix trasformò questi ed altri effetti in un vocabolario fluido e controllato, tanto personale quanto il blues con cui iniziò.”

Il musicista John Mayer, scrivendo per Rolling Stone, ha esplorato il lato più tenero di Jimi, scrivendo: “Spesso viene ritratto come una rockstar rumorosa e psichedelica, che manda a fuoco la sua chitarra. Ma quando io penso ad Hendrix penso a suoni calmi e piacevoli in canzoni come “One Rainy Wish”, “Little Wing” e “Drifting”.“Little Wing” è terribilmente corta e meravigliosa. È come se tuo nonno tornasse in vita per passare del tempo con te per qualche minuto per poi andarsene di nuovo. È un momento perfetto che finisce subito.”

Il 18 settembre del 1970, Hendrix muore a Londra a causa di complicazioni dovute alla droga. Aveva solo 27 anni. Lui continua a vivere nei nostri ricordi, nell’Electric Lady Studios sulla East 8th Street, che ha ospitato artisti come Patti Smith, Adele, Lady Gaga, gli U2 e tanti altri. Continua a vivere attraverso i moltissimi premi e riconoscimenti postumi ed attraverso le Rock and Roll Hall of Fame di tutto il mondo. Vive ancora tra il fumo ed il velluto e attraverso le note eteree, ruvide ed elettrizzanti delle sue canzoni.

Fonti:

http://www.rollingstone.com/music/lists/100-greatest-artists-of-all-time-19691231/jimi-hendrix-20110420
https://ny.curbed.com/2016/8/4/12380066/jimi-hendrix-former-greenwich-village-apartment-sold
http://www.rollingstone.com/music/lists/100-greatest-artists-of-all-time-19691231/jimi-hendrix-20110420
https://www.biography.com/people/jimi-hendrix-9334756
https://www.jimihendrix.com/
https://en.m.wikipedia.org/wiki/Jimi_Hendrix
https://www.biography.com/people/jimi-hendrix-9334756 
https://www.nytimes.com/2017/10/03/nyregion/jimi-hendrix-way-nyc.html
https://www.wsj.com/articles/jimi-hendrixs-electric-lady-studios-turns-45-1439393188